Filellenici racconti

 

1)

IL SANGUE DI CORCÍRA

L'Idillio spezzato all'Achilleion

La Società Filellenica si trova a Corfù per una vacanza rigeneratrice. Dopo una giornata trascorsa tra i miti di Nausicaa e le bellezze dell'isola, il gruppo ottiene un permesso speciale per una visita serale esclusiva all'Achilleion, il celebre palazzo dell'Imperatrice Sissi. Ad accoglierli c'è il dottor Nikos Kombos, un famoso e controverso archeologo greco che accenna a una "scoperta rivoluzionaria" che cambierà la storia dell'isola, ma si rifiuta di svelare i dettagli prima dell'indomani.

Mentre il gruppo passeggia nei giardini illuminati dalla luna, vicino alla maestosa statua dell'Achille moribondo, si sente un urlo soffocato provenire dal porticato. Marco e i soci accorrono e trovano il corpo del dottor Kombos in una pozza di sangue, colpito a morte al petto con un antico stiletto da esposizione sottratto dal museo del palazzo.

Gli Indizi e i Sospettati

La polizia locale, guidata dall'ispettore Pappas, isola la struttura. Oltre ai membri della Società Italiana, nel palazzo sono presenti solo tre persone:

  1. Dimitris: Il custode del palazzo, visibilmente terrorizzato e con problemi di debiti di gioco.

  2. Chloe Vance: Una ricca collezionista d'arte americana che stava finanziando gli scavi di Kombos.

  3. Alexandros: Il giovane e brillante assistente di Kombos, spesso umiliato pubblicamente dallo scienziato.

L'ispettore Pappas è propenso a incolpare il custode per un tentativo di rapina finito male. Ma Marco, esaminando la scena del crimine prima che venga alterata, nota che Kombos, prima di spirare, ha tracciato con il dito insanguinato due lettere greche sulla base di marmo della statua di Achille: Delta Lambda, Δ Λ. Inoltre, la vittima stringe nella mano sinistra un piccolo frammento di ceramica grezza, apparentemente insignificante.


L'Indagine della Società

Mentre la polizia interroga i sospettati senza successo, Marco riunisce i suoi soci in un angolo del giardino per analizzare gli indizi con il loro tipico acume filologico:

  • L'indizio linguistico: Vittoria, con la sua mentalità scientifica ma con l'acume di donna rigorosa e pignola e fine poetessa che vede il mondo come un testo da decifrare, fa notare che Delta Lambda non sono le iniziali di un nome (nessuno dei sospettati le ha), ma nel sistema di numerazione greco antico rappresentano il numero 34.

  • L'indizio archeologico: Alberto, storico dell'arte e archeologo dilettante, appassionato fino all'ossessione, nota dettagli visivi e anacronismi che ad altri sfuggono. Esamina il frammento di ceramica e capisce che non è antico: è terracotta moderna trattata chimicamente per sembrare vecchia. Kombos aveva scoperto che qualcuno stava vendendo falsi reperti millenari spacciandoli per autentici.

  • L'analisi psicologica: Rosamaria, fine psicologa ed esperta di comportamento umano, capace di analizzare le reazioni emotive dei sospettati, riferisce che, durante il ritrovamento del cadavere, Alexandros (l'assistente) non ha guardato il corpo del suo mentore, ma ha fissato ossessivamente la borsa da lavoro della vittima, come se cercasse qualcosa.

La soluzione di Marco

Marco unisce i pezzi del rompicapo. Come un novello Hercule Poirot, chiede all'ispettore Pappas di riunire tutti nel salone principale, e con l'eleganza di un navigato investigatore, il presidente prende la parola:

«Il Dottor Kombos non è stato ucciso per un tesoro antico, ma per un segreto moderno. Aveva scoperto che il mercato nero dei reperti di Corfù era alimentato da falsi perfetti».

Marco rivela il significato del numero 34: non si riferiva a una pagina o a un codice, ma alla cassetta di sicurezza numero 34 del museo dell'Achilleion, dove Kombos teneva il diario di scavo originale che provava la truffa.

L'assassino voleva quel diario per distruggerlo. Marco si volta verso Chloe Vance, la finanziatrice, e Alexandros, l'assistente. Rivela che i due erano complici: Alexandros creava i falsi grazie alle sue competenze tecniche e Chloe li piazzava sul mercato internazionale. Kombos li aveva scoperti quella sera stessa e li avrebbe denunciati il giorno dopo.

Messo alle strette dal bluff di Marco (che finge di avere già in mano il diario della cassetta 34, in realtà ancora chiusa), Alexandros cede al panico e accusa Chloe, confessando l'omicidio e rivelando dove aveva nascosto l'arma del delitto e i guanti sporchi di sangue.

Il caso è risolto. La mattina seguente, sul Liston, il famoso viale di Corfù, i soci della Società Filellenica Italiana si godono un meritato ouzo fresco. L'ispettore Pappas li raggiunge per ringraziarli formalmente, offrendo loro un brindisi. Marco alza il bicchiere e, sorridendo ai suoi soci, commenta: "Dicono che la cultura non dia da mangiare, ma di sicuro oggi ha fatto giustizia."




2)

ALLA RICERCA DELLE RADICI PERDUTE.

QUELLE DELLA SPARTANITÁ E QUELLE DEL MIRTO




In breve: Il Dopolavoro Filellenico di Taranto ha organizzato un viaggio a Sparta per celebrare il legame millenario tra le due città, tra deviazioni ed esilaranti imprevisti. L'arrivo è stato segnato dall'accoglienza calorosa delle autorità e della comunità locale. Nonostante un momento di panico per un imprevisto, tutto è andato alla grande.


Il viaggio del Dopolavoro Filellenico di Taranto era stato pianificato per mesi, ma nulla avrebbe potuto preparare i soci a un’odissea di tali proporzioni. L'obiettivo era ambizioso: coprire la distanza dalla Magna Grecia al cuore del Peloponneso, fino all'antica Sparta.

La partenza e le prime traversie

La spedizione prese il via dal porto di Taranto, dove ormai da molti anni era stato allestito l'imbarco per la Grecia, su un pullman fiammante guidato da un autista baffuto di nome Spiros, pronto ad imbarcarsi sul traghetto verso l'altra sponda dell'Adriatico.

In testa al gruppo c’era Giancarlo, presidente e fondatore, che sventolava orgoglioso la bandiera col logo associativo. Accanto a lui, Daniela, vicepresidente e consorte, manteneva la calma gestendo l'ordine dei posti con fermezza d'acciaio.

Il viaggio in nave verso Patrasso e il successivo tragitto su strada verso la Laconia si trasformarono presto in un susseguirsi di piccoli "imprevisti d'avventura":

L'enigma del bagaglio: A Patrasso, Marisa, la rigorosa tesoriera, si accorse che le ricevute dei biglietti e la cassa comune erano sparite. Panico generale. Fortunatamente Giulio, il socio giovane e sveglio del gruppo, risolse la situazione ritrovando il registro infilato per errore nella borsa da spiaggia della consigliera Alessandra, che giurava di averlo scambiato per una rivista di mitologia. La deviazione misteriosa: A causa di una deviazione sbagliata tra le montagne dell'Arcadia, il bus finì in un vicolo cieco di un paesino arroccato. Lì, José e Clara improvvisarono una seguitissima conversazione su Dante e la Grecia per ingannare l'attesa, mentre Antonio cercava di spiegare la strada a un pastore locale usando un bizzarro mix di dialetto napoletano e greco epirota dei Valacchi dei Zagorochòria.

Le soste "infinite": Tra gli uliveti del Peloponneso, Patrizia, Brunella e Annamaria convinsero il gruppo a fare una breve sosta tecnica che si trasformò in un pic-nic di tre ore fra musica, souvlakia e patatine fritte. Intanto Silvana e Caterina riempivano la galleria del telefono con foto di ogni singolo albero di ulivo, perché potevano servire in vista di un'eventuale conferenza.

Gestione familiare: Luciana trascorse metà del viaggio a tenere d'occhio il marito Paolo, distratto da ogni bar della strada perché aveva scoperto e apprezzato il liquore alla masticha e ne andava alla ricerca continua, mentre il figlio Marco, che invece usava la bussola dello smartphone convinto di guidare la spedizione verso la gloria omerica, già si immaginava di ricreare una nuova originalissima versione teatrale dell'Odissea.


L'arrivo a Sparta e l'accoglienza trionfale

Dopo ore di curve spettacolari, risate e canti tradizionali, il pullman giunse finalmente a Sparta, dominata dall'imponente sagoma del monte Taigeto. Ma la vera avventura era appena cominciata.

A dare il benvenuto al gruppo tarantino non ci fu una semplice stretta di mano, ma una delegazione di un calore travolgente:

La Vice Sindaca Diamanto, elegante e autorevole pur essendo appena rientrata da un faticoso cantiere in montagna legato al suo assessorato, accolse la delegazione con un discorso ufficiale che celebrava il legame millenario tra la Magna Grecia e la madrepatria, consegnando a Giancarlo una targa commemorativa.

Il caro e dolce Christos, figura storica dell'amicizia ellenica, abbracciò Giancarlo e Daniela come vecchi fratelli, guidando il gruppo verso la grande piazza della città.

La simpatica e generosa Despina, insieme al marito Savvas, preparò un'accoglienza culinaria leggendaria. Savvas sosteneva che nessun tarantino dovesse lasciare Sparta senza aver assaggiato il vero singlino del Mani (carne di maiale salata, essiccata e poi affumicata) e litri di vino locale.

Mario e Paola, medici italiani residenti in zona, si unirono alla festa aiutando a tradurre i brindisi e organizzando una caccia al tesoro serale tra le rovine storiche per il giovane Marco e per i soci più dinamici come Giulio.

Mario non era stato bene qualche mese prima, tutti erano stati in apprensione, ma ora si era ripreso pienamente ed aveva riacquistato il suo spirito e la sua vivacità, e tutti ne erano contenti.

La sorpresa finale

La serata si concluse in una taverna all'aperto, la taverna di Diamanto To Kefi, gestita dal marito Ilias, sotto un cielo stellato. Tra un passo di Maniatikos ed un Kalamatianòs accennati da Alessandra con altri avventori del luogo e qualche battuta di Brunella e Patrizia, Diamanto e Christos svelarono la grande sorpresa riservata al Dopolavoro Filellenico: la cittadina di Sparta aveva deciso di dedicare una giornata annuale allo scambio culturale con la città di Taranto. L'avrebbero denominata «Sparta chiAma Taranto».

Marisa segnò la notizia nel registro dei verbali (finalmente al sicuro), mentre Giancarlo e Daniela ringraziarono a nome di tutti, brindando all'unione indissolubile tra le due sponde del mare.

Il viaggio era stato lungo e pieno di deviazioni, ma la calorosa accoglienza spartana aveva trasformato quella gita in un ricordo indelebile per tutto il gruppo.

Ma ecco come erano andate realmente le cose nella piazza centrale di Sparta al momento dei saluti: Adriano l’aveva preparata per mesi, una piantina di mirto tarantino rigogliosa, dalle foglie lucide e profumatissime, riposta in un elegante vaso di terracotta avvolto in un nastro con i colori di Taranto e Sparta, il rosso e il blu.

Il significato era profondo: un pezzo di vegetazione della Magna Grecia da piantumare a Sparta come simbolo di solida amicizia eterna e ricordo dell'incontro.

Giancarlo e Patrizia si erano presi l’impegno solenne davanti ad Adriano: «Tranquillo, la cureremo come una figlia e la consegneremo direttamente nelle mani della Vice Sindaca Diamanto».

Il problema è che un vaso di terracotta con una pianta non si infila semplicemente in una borsa.


La scomparsa nella Piazza Centrale

All'arrivo nella gremita Plateia Dimarchìou, il gruppo del Dopolavoro venne sommerso dall'accoglienza calorosa degli spartani, che per affetto ed espansività sono ineguagliabili. Tra i saluti affettuosi del caro e dolce Christos, l'energia travolgente di Despina e le battute di Mario e Paola, il vaso venne momentaneamente appoggiato a terra per permettere a Giancarlo di salutare le autorità.

Quando la Vice Sindaca Diamanto salì sul palco per iniziare i discorsi ufficiali, Giancarlo fece cenno a Patrizia: «Patrizia, prendi il mirto di Adriano! È il momento di consegnarlo a Diamanto e piantarlo simbolicamente da qualche parte nella piazza!»

Patrizia si girò verso la panchina dove l'aveva lasciato. Vuota. Tra i piedi della folla, le sedie dei bar e i vasi decorativi della piazza, la piantina di Adriano era letteralmente svanita nel nulla.


Il panico fu immediato e devastante.

«Giancarlo, la pianta non c'è più! Se Adriano scopre che abbiamo perso il suo mirto prima ancora di metterlo in terra, ci toglie l'amicizia!» bisbigliò Patrizia, sbiancando.

Le rocambolesche ricerche tra la vegetazione spartana

Senza farsi notare dal resto della delegazione per evitare figuracce diplomatiche, Giancarlo e Patrizia iniziarono una perlustrazione a tappeto della piazza, dove ogni macchia verde diventava un potenziale "sospetto".

L'abbaglio della fioriera: Patrizia corse verso l'ingresso del municipio credendo di aver avvistato il vaso. Purtroppo si trattava di un cespuglio di oleandro del Comune, che Antonio e Savvas stavano tranquillamente osservando discutendo di botanica locale.

Il malinteso del "giardiniere": Giancarlo notò poco lontano un uomo chino su una pianta. Pensando fosse un ladro di flora, si avvicinò minaccioso per scoprire che era solo Paolo, spinto dalla moglie Luciana, entrambi amanti di piante, a raccogliere un rametto di alloro spartano come ricordo per la cucina di casa.

L'equivoco del rinfresco: Patrizia perlustrò la zona dei tavoli allestiti da Despina, dove Silvana, Caterina, Brunella e Annamaria stavano adocchiando i dolci tradizionali della meravigliosa pasticceria di Despina, To Akrotiri. Sotto un tavolo scorse un vaso di terracotta, ma era solo menta fresca usata dai cuochi per rinfrescare le bevande!

Con il tempo che correva e il discorso di Diamanto che volgeva al termine, Giancarlo era pronto a farsi inghiottire dalla terra.

Il ritrovamento tra le rovine

Proprio mentre la disperazione toccava il picco, da un'aiuola ai margini della piazza spuntò Giulio, seguito da Marisa, Alessandra e il giovane Marco, figlio di Luciana. Giulio teneva orgogliosamente in braccio il vaso con il mirto di Adriano, perfettamente in salute.

«Ma dove diavolo l'avevate cacciata?!» esclamò Giancarlo asciugandosi il sudore freddo che gli imperlava la fronte.

La spiegazione era, ancora una volta, incredibilmente pragmatica: Marisa, vedendo che la piantina di Adriano stava iniziando a soffrire per il caldo cocente della piazza, aveva coordinato una "missione di soccorso idrico". Insieme con Giulio e Alessandra, l'aveva portata all'ombra dell'aiuola comunale per bagnare le radici con un po' d'acqua fresca e proteggerla dal calpestìo della folla.

Il trionfo della natura tarantina

Con un sospiro di sollievo che risuonò per tutta la Laconia, Giancarlo e Patrizia presero con delicatezza la pianta e la portarono sul palco mentre Daniela si affannava a intrattenere la conversazione.

Davanti a tutti i soci — da José e Clara che applaudivano entusiasti a Daniela che scuoteva la testa sorridendo per l'ennesimo dramma sventato — Giancarlo consegnò il mirto tarantino di Adriano alla Vice Sindaca Diamanto e a Christos.

La pianta fu simbolicamente collocata al centro della piazza tra gli applausi generali: le radici tarantine di Adriano avevano ufficialmente trovato casa nel cuore di Sparta, dove oggi cresce rigogliosa di giorno in giorno.

Ma mentre a Sparta il sole del Peloponneso batteva forte sulla Plateia Dimarchiou e il mirto di Adriano ritrovava finalmente la via del palco, a più di cinquecento chilometri di distanza, a Taranto, un’altra squadra del Dopolavoro Filellenico stava vivendo un’avventura parallela altrettanto intensa.

Non tutti i soci, infatti, avevano potuto imbarcarsi per la Grecia. Per motivi di lavoro, di famiglia o semplicemente per impegni inderogabili, Barbara, Lia, Assunta, Elio, Ersilia e Franca erano dovuti rimanere a casa. Ma restare a Taranto non significava affatto restare a guardare.

La centrale operativa di Taranto

Per non perdersi neanche un secondo dello storico evento, i soci rimasti a terra avevano trasformato il salotto di Ersilia in una vera e propria centrale di trasmissione avanzata.

Al centro della stanza capeggiava uno schermo gigante su cui era sintonizzata la diretta streaming firmata dal canale YouTube del Dopolavoro, allestita con mezzi di fortuna dal giovane Giulio prima che scoppiasse il caos del mirto.

Da Atene si era collegato, a sua volta, Angelo, realizzando così, lui romano che vive ad Atene, un connubio perfetto fra le quattro grandi potenze della storia dell'antichità, Taranto, Roma, Atene e Sparta, un concetto potente: il quadrifoglio delle grandi potenze antiche.


Questo gesto semplice — una videochiamata — diventa immediatamente un segno culturale potentissimo, perché metteva in dialogo, nello stesso istante, le quattro grandi potenze dell’antichità mediterranea: Taranto, la colonia spartana che divenne faro scientifico e politico della Magna Grecia; Roma, la capitale del mondo antico, rappresentata dalle radici di Angelo; Sparta, la città madre, custode di disciplina e virtù civica; Atene, culla della filosofia, della democrazia e delle arti.

La presenza simultanea di queste quattro identità — due fisicamente, una virtualmente, una culturalmente — creava un quadrifoglio simbolico, un equilibrio raro: Taranto porta la sua storia di ponte tra Grecia e Italia, Sparta offre la sua tradizione di rigore e comunità, Roma aggiunge la dimensione universale dell’impero e del diritto, Atene illumina il tutto con la sua eredità intellettuale.

In quel momento, la tecnologia non era un dettaglio tecnico: diventava il filo che ricuciva un dialogo millenario, permettendo a un romano che vive ad Atene di unirsi ai tarantini presenti a Sparta. È come se il Mediterraneo antico, con le sue rotte, i suoi scambi e le sue alleanze, si riaccendesse in un’unica stanza.

La presenza di Angelo racconta che le civiltà non sono mai morte, che le relazioni culturali possono rinascere in forme nuove, che il Mediterraneo è ancora oggi un laboratorio di identità condivise e che la storia, quando viene evocata con intelligenza, può diventare un ponte tra persone reali, non solo un ricordo.

L’atmosfera a Taranto era – intanto - un misto tra la finale dei Mondiali e una riunione del consiglio direttivo:

Elio, nominato sul campo "regista tecnico", era seduto a capotavola con il tablet in mano. Aggiornava continuamente la pagina YouTube, imprecando leggermente ogni volta che il segnale mostrava il simbolo di ritardo nel caricamento. "Un attimo, un attimo! Sento le voci! Vedo la piazza! Agganciate il Wi-Fi!", urlava ogni due minuti per tenere alta la tensione.

Barbara e Lia avevano allestito un vero e proprio rinfresco di supporto morale: tarallini, orecchiette fredde e limonata fresca. Barbara seguiva la chat dal vivo di YouTube guidando la tifoseria digitale con messaggi d'incitamento a raffica ("Forza Dopolavoro!", "Un saluto da Taranto!"), mentre Lia annotava su un blocco note tutti i dettagli della cerimonia per il verbale dell'associazione.

Assunta e Franca erano incollate allo schermo con gli occhiali calati sul naso, intente a fare la cronaca rosa e visiva di quello che vedevano. "Guarda Daniela com'è elegante! Ma Giancarlo perché suda così tanto? E Patrizia dov'è finita con la borsa?!", commentava Franca con occhio clinico.

Quando la diretta streaming è iniziata, l'inquadratura di Giulio era leggermente storta e ondeggiante, ma perfettamente nitida. I soci da Taranto hanno potuto assistere in tempo reale a tutto il dramma senza che chi era a Sparta lo sapesse.

I momenti di massima suspense nel salotto di Ersilia sono stati tre:

Il momento del panico: Attraverso lo schermo, Assunta ha notato subito Giancarlo e Patrizia che vagavano smarriti tra i tavolini della piazza di Sparta. "Guardali! Hanno perso qualcosa! Ve lo dico io, hanno perso il vaso di Adriano!", ha esclamato Ersilia portandosi le mani ai capelli.

I commenti in chat: Elio ha iniziato a digitare furiosamente nella chat di YouTube: "GIANCARLO GUARDA NELL'AIUOLA! MARISA L'HA MESSA LI'!", sperando che la connessione quantica leggesse nel pensiero del Presidente.

L'inquadratura del trionfo: Quando nello streaming è apparso Giulio con in braccio la rigogliosa pianta di mirto di Adriano, nel salotto di Taranto è esploso un boato. Franca ha abbracciato Assunta, mentre Barbara ha inviato una pioggia di emoji di cuori e bandiere greche nei commenti del video.

Il brindisi a distanza

Il momento culminante si è raggiunto quando la Vice Sindaca Diamanto ha preso la parola e Giancarlo ha mostrato orgoglioso la pianta di mirto davanti alla telecamera dello smartphone di Giulio.

In quel preciso istante, a Sparta Giancarlo alzava il calice con il caro Christos, Savvas e Despina, e a Taranto Elio, Ersilia, Barbara, Lia, Assunta e Franca alzavano i loro bicchieri di limonata davanti allo schermo del televisore, brindando in perfetta sincronia e ad Atene Angelo partecipava alla festa con il suo bicchierino di Tsìpouro.

Nonostante i chilometri di mare a dividerli, la tecnologia e l'affetto del Dopolavoro Filellenico avevano azzerato le distanze: il mirto di Adriano era diventato il simbolo di una comunità unita, che fosse tra le rovine della Laconia, nella magica Atene o attorno a un tavolo a Taranto!

Quello che a Taranto e ad Atene non poterono apprezzare, furono le maestose porzioni e la bontà indescrivibile dei dolci della prestigiosa ditta delle sorelle Despina e Roula con i loro mariti Savvas e Iannis.



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LA CANZONE DEL GRUPPO - ΚΑΠΟΥ ΘΑ ΣΥΝΑΝΤΗΘΟΥΜΕ

Abbiamo scelto questa canzone perché in qualche modo ci rappresenta, anche se è una condizione piuttosto comune a molti nella nostra epoca. Anche noi quando dobbiamo riunirci, per un motivo o per l'altro, per impegni di uno o dell'altro, troviamo difficile se non impossibile incontrarci. Inoltre è cantata da un gruppo di bravi artisti affiatati che speriamo possano portare fortuna alla nostra associazione. Cliccando qui possiamo trovare il testo e la traduzione in italiano