Le nostre recensioni

 In questa pagina raccogliamo le riflessioni dei soci del Dopolavoro Filellenico che - dopo aver letto i libri della biblioteca associativa - sentono il bisogno di commentare pubblicamente le sensazioni che quegli stessi libri hanno suscitato loro durante la lettura.


 Viaggi in Giappone e in Cina

di Nikos Kazantzakis



“Non spero nulla. Non temo nulla. Sono libero”

Leggere tutto d’un fiato non significa leggere frettolosamente o in modo superficiale. A me è accaduto sino ad ora solo con tre scrittori, che personalmente considero giganti della letteratura, dei quali rispettosamente non esplicito i nomi per scongiurare il rischio di paragoni e confronti, sempre improvvidi.

Ho letteralmente divorato ‘Viaggi in Giappone e in Cina’, di Nikos Kazantzakis per Crocetti, restituendo con queste brevi note l’eco di una dimensione multisensoriale ricevuta dalla narrazione delle esperienze vissute durante il suo viaggio in Estremo Oriente nel 1935, che l’autore ha condotto con metodo immersivo e in modo assolutamente poetico e suggestivo, dimostrandosi instancabile nello scoprire l’essenza vera di questi paesi, svelando tracce di un ‘mondo dietro il mondo’.

Da lettrice non esperta quale sono, ma solo appassionata, non ho avvertito gli inciampi e le forzature di un “traduttese” arbitrario, né la necessità di verificare se il testo di partenza avesse subito ‘perdite’ nella traduzione: la prosa scorre viva, armoniosa ed elegante come se l’autore stesso la avesse concepita nella nostra lingua, e mi sembra che non sia un merito da poco.

Nikos Kazantzakis è stato un attento e acuto osservatore di culture, straniere e lontane da quella propria di origine; era noto per la sua passione per i viaggi ma non è dato sapere con certezza se il motivo che lo spinse a percorrere così tanti itinerari in Asia sia da attribuire alla sua passione per la filosofia orientale o solo al desiderio di ricercare spunti esotici di ispirazione per la sua scrittura.

Certo, le notazioni a cui l’autore si lascia andare commentando la lunga traversata compiuta in Giappone e in Cina, quasi fosse una missione, lasciano intravedere chiaramente la sua crisi spirituale: si presenta come un credente che ha perso, suo malgrado la fede, ma ciò nonostante, come impegnato ancora a ricercare la possibilità di recuperare una spiritualità che potesse sublimare le proprie spinte etiche, a sostenere una visione politica ispirata e rivolta all’affermazione della libertà individuale e della giustizia sociale. Socialista convinto e sostenitore della causa della sinistra durante la guerra civile greca, Kazantzakis appare disilluso e critico sia nei confronti del comunismo sovietico, giudicato autoritario e opprimente che dall’intero universo occidentale, dominato dal materialismo capitalistico. Disallineato ad entrambi i sistemi valoriali di riferimento, e perciò stesso non a suo agio nell’orientare il proprio agire politico e sociale, lo scopriamo forse per questo maggiormente sensibile e rivolto alle filosofie orientali, caratterizzate dalla loro attenzione alla spiritualità, alla meditazione e alla comprensione della natura e dell’universo.

Alcune sottolineature dell’autore mi lasciano persuasa che Kazantzakis vivesse una forte contraddizione interiore: ateo, pur tuttavia ancora non del tutto pronto a dichiararsi vinto dalla sua incapacità di mantenere la fede in Cristo, appare in continua lotta con la sua stessa esistenza e in una continua ricerca di ‘senso’; chiarissima la sua profonda scollatura dal cristianesimo laddove esprime perplessità rispetto al fatto che anche in Giappone, terra plasmata dagli Dei - dove il giapponese “non ha bisogno di pregare perché immerso completamente nella preghiera per il solo fatto di vivere in Giappone”- era germogliata “una fede (quella cristiana) che invece definisce i confini di patria e razza e sposta tutte le speranze dell’uomo oltre questa terra” (pag.37)

Subito dopo, il dialogo con un anziano giapponese sembra rassicurare questo suo imbarazzo concludendo che l’anima giapponese è, in realtà, semplice e complessa al tempo stesso: grazie a sentieri suoi propri, riesce ad accogliere con grande facilità le idee straniere, assorbendole con naturalezza e senza servilismo, dando vita ad un insieme armonico e indissolubile che fonde armonicamente nuovo e antico. Era successo con il Buddhismo, adattatosi meravigliosamente allo shintoismo, e successe poi anche con il cristianesimo: in virtù della grazia innata di questo Paese gli dei diventano un unico Divino e si svelano nel capovolgimento di quello che, almeno nell’Occidente cristiano, è il consueto rapporto uomo/dio, declinandolo invece secondo una dimensione più sanamente pagana, perché secondo questa attitudine culturale è l’uomo che rende Dio un dio, l’uomo che non è mai in guerra con il peccato, bensì piuttosto col proprio dolore; qui l’uomo si rapporta a un dio che non è onnipotente, un dio la cui deità dipende dalla ‘Creatura’, e soltanto se tale deità si compie, si salverà la natura stessa e anche l’uomo: così che, l’uomo non starà a braccia conserte aspettando la sua misericordia (Provvidenza).

Quindi, Kazantzakis sembra mosso da un irrefrenabile impulso a liberarsi di ciò che è consueto e convenzionale (“borghese”, verrebbe da dire), a trasgredire sistematicamente le prevedibili virtù della ‘Creatura’ (cristiano-borghese): un eroe antimorale, più che amorale, antimorale in quanto mosso dalla hybris: la sete di conoscenza che lo attraversa lo rende irresistibilmente attratto dalla indeterminazione ovvero della mancanza di Destino; non attende come i Cristiani il risolversi della sua esistenza, ma ben più coraggiosamente vive una sorta di irrequietezza che gli deriva dalla consapevolezza di essere egli stesso ‘destinazione’ (Destino) proprio perché immerso in una irrequieta e fluente indeterminazione.

“Affondare nel tutto, accordare il proprio ritmo individuale con quello del mondo è per l’uomo orientale l’essenza stessa della felicità ossia una dimensione che sembra poter pacificare quella irrequieta indeterminazione risolvendosi nel ritorno dell’uomo al tutto, una unione che può definire l’identità umana.” (pag.110)

L’antitesi è netta rispetto alla concezione di gioia che l’uomo occidentale nutre nel contrapporsi al mondo e nell’imporre il proprio ego, sottomettendo la natura per i suoi scopi.

La stessa antitesi che la cultura orientale, segnatamente quella giapponese, ha dovuto superare assimilando le ragioni dell’industrializzazione per rispondere e fronteggiare le grandi potenze occidentali, “affacciandosi con orgoglio e prepotenza sullo scacchiere mondiale”.

La lenta metamorfosi a cui l’Oriente ci ha fatto assistere a far tempo da circa la seconda metà del 1800 e ancora ai giorni nostri, secondo asimmetrici rapporti di forza (economica) rispetto al passato, tuttavia con la stessa armonica assimilazione di modelli e strutture, allorquando ha filtrato i nuovi déi, sin da allora ci svela o ci conferma che in buona misura l’uomo consiste in ciò che lo precede e che proprio nel flusso circolare della continuità e dell’appartenenza, al di là di una lineare destinazione, l’uomo riesce a creare piccole e a volte significative discontinuità; rispetto agli antecedenti evolutivi che vincolano e definiscono cornici, l'uomo vero sa scartare ‘di lato’ o ‘in avanti’ e generare finalmente l’Inedito.

Paola Cavallo, 27 dicembre 2023


Eri Ritsu: Hanno ammazzato il morto




Da lettrice non esattamente appassionata del ‘thriller’, ho purtuttavia piacere di commentare brevemente un racconto che ci giunge da quella che si è dimostrata, già dalla sua prima esperienza nel genere, una delle più importanti autrici neogreche del giallo, e il fatto che Eri Ritsou sia riuscita a farlo con leggerezza e una magistrale vena di realismo, lo rende ancora più importante e necessario.

Non sono molti gli scrittori, anche bravissimi, che riescono a metter in scena omicidi e crimini, investigatori e investigati con una vena dura, cruda, molto realistica, che non risparmia il dettaglio più cruento, così come è riuscita Eri Ritsou cimentandosi per la prima volta con il più classico dei prodotti letterari cosiddetto "di consumo", per questo spesso sottovalutato.

L’autrice procedendo nel raccontare della investigazione della sua protagonista, si ritrova a indagare nelle pieghe più riposte dell’animo umano con una scrittura intensa e inquieta, e lo fa ponendosi dalla parte degli sconfitti, di coloro che cercano e non trovano una conciliazione con il proprio passato e con la propria storia, facendo sentire a Maria Gheorghìu di essere essa stessa sconfitta, così come si presenta nella sua resa all’equivalenza della sua propria parabola esistenziale secondo la quale "esistere" è "resistere".

Il clima di tensione restituito al lettore è senz’altro intriso dei misteri irrisolti che ha animato le faide che ha visto contrapporsi fazioni familiari di volta in volta di colore politico avverso, con una narrazione sempre lontana dalle interpretazioni tradizionali della violenza; ma i misteri che emergono dal racconto si mescolano senz’altro al tema della ‘normalità’ di uno dei personaggi principali della vicenda del quale viene studiatamente, ben presto, svelata la sua ‘storica’ cupidigia nei confronti delle adolescenti, fino a una risoluzione del tutto inaspettata che si ricompone in un fatidico colpo di scena, come se l'autrice e la protagonista fossero consce dell'impossibilità di trovare le parole per continuare la narrazione.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l'io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.

Tra le parentele insospettabili, e perciò indicibili, vi è senza dubbio quella tra l’amore per i bambini o gli adolescenti e il desiderio sessuale dell’adulto che si spinge fino ad abusarne, così come tra la parola «paedophilia» – in greco: attrazione per il bambino, dove il sesso ancora non compare – e il corrispettivo «pedofilia», che ha finito per designare solo una questione di sesso; stabilire un nesso tra queste due distinte esperienze è il tentativo appassionato e coraggioso di dare un «nome», o quanto meno un tratto riconoscibile nei suoi «infiniti segreti», a un sentimento «inscritto nel destino comune dell’umanità», in cui si mescolano fino a confondersi la bellezza, l’amore e la violenza dell’adulto che carpisce intimità, confidenza e assenso a chi ancora forse non sa molto di sé.

Ciò che lascia senza parole è dover ammettere che vita e morte, tenerezza e violenza, così come le abbiamo conosciute finora, si colgono sovente come inspiegabilmente intrecciate.

Se è facile togliere umanità al predatore di adolescenti, esercitare su di lui la propria «rabbia sterminatrice», non lo è altrettanto portare lo sguardo sul sentimento ambiguo che lo porta a tornare in modo così devastante sull’infanzia e su se stesso: voglio credere che sia stato questo sguardo ‘libero’ e 'alto' che ha consentito all’autrice di giocare con la risoluzione del mistero.

Il personaggio che risulterà ‘colpevole’ perché autore del misfatto è un personaggio profondamente vinto dal dolore che, nel suo piegarsi alla routine rassicurante di una normalità quasi piccolo-borghese, riesce a sovvertire comunque l’ordine del mondo, non con il clamore di un eroe mitologico bensì come chi nel silenzio delle sue azioni compie il ‘destino’ al pari, però, di un eroe mitologico, disegnando una parabola che chiude il cerchio del suo dramma umano.

In questa prima esperienza letteraria di Eri Ritsou dedicata al ‘giallo’ si avverte tutta la coloritura della sua cultura, del suo senso etico e sensibilità umana, si avverte tutta la fecondità dell’eredità paterna soprattutto allorquando ha affidato all'autore del misfatto il ruolo di un personaggio silenzioso, quasi invisibile, circondato da altri esseri umani che come il ‘colpevole’ non parlano: sono letteralmente muti ma inaspettatamente espressivi della stessa tradizione ellenica e così sembra di ascoltare proprio il grande poeta greco Yannis Ritsos (1909-1990) “Noi non cantiamo per distinguerci dalla gente / ma cantiamo per incontrarci con la gente” e ancora “Com’è arduo per la parola passare dal sangue alla poesia. A volte, per avventura, le parole trovano l’altro loro significato. La sera tardi posai la cazzuola del muratore sulle mie carte. Vocali, consonanti, gridano, s’accordano, tacciono in profonda imparzialità”.

                                                                        Paola Cavallo, 8 agosto 2023










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LA CANZONE DEL GRUPPO - ΚΑΠΟΥ ΘΑ ΣΥΝΑΝΤΗΘΟΥΜΕ

Abbiamo scelto questa canzone perché in qualche modo ci rappresenta, anche se è una condizione piuttosto comune a molti nella nostra epoca. Anche noi quando dobbiamo riunirci, per un motivo o per l'altro, per impegni di uno o dell'altro, troviamo difficile se non impossibile incontrarci. Inoltre è cantata da un gruppo di bravi artisti affiatati che speriamo possano portare fortuna alla nostra associazione. Cliccando qui possiamo trovare il testo e la traduzione in italiano